Atlante di un uomo irrequieto – Christoph Ransmayr

«La gigantessa mi guardò, no: mi sfiorò con lo sguardo e poi cambiò lievemente direzione, quel tanto che impedì il contatto. Ma sebbene mi evitasse con quell’accenno di movimento laterale, prendendo comunque atto della mia esistenza e riconoscendola, pensai di vedere nel suo sguardo un’indifferenza talmente abissale ‒ paragonabile a quella di una montagna rispetto a chi la sta risalendo, a quella del cielo rispetto a chi lo attraversa in volo ‒, che fui colto dalla sensazione di dovermi quasi dissolvere sotto quegli occhi senza che me ne restasse la minima traccia, di dover sparire, come se non fossi mai vissuto». Come l’incontro con una balena nelle profondità dell’oceano provoca nel narratore una sensazione di completo smarrimento e di insignificanza nei confronti del mondo e della natura, così il lettore, leggendo Atlante di un uomo irrequieto di Christoph Ransmayr (Feltrinelli), si sente totalmente sopraffatto da questa serie di settanta brevissimi racconti in cui l’autore lo trascina attraverso i propri viaggi e le emozioni che questi viaggi gli hanno suscitato.

Ogni racconto inizia con l’espressione «Ho visto», passando poi dalla descrizione puramente fisica e dettagliata di ciò che il viaggiatore vede a una narrazione più ampia, una sensazione più universale, con un linguaggio poetico e fortemente evocativo, saltando di viaggio in viaggio, di paese in paese, di storia in storia. Ogni viaggio è un incontro, con persone o animali, come a dire che visitare un luogo non significa soltanto camminare su un determinato suolo o ammirare un particolare paesaggio, ma conoscere il posto attraverso la voce, i gesti, i racconti, le vite delle creature che lo abitano.

Ma è anche l’incontro con catastrofi e guerre che feriscono e sfigurano un paese. È l’incontro con la follia umana, che si manifesta nei modi più diversi, talvolta in modo innocuo, quasi intimo, altre volte in modo violento e prorompente. È l’incontro con la morte, a cui l’autore dedica numerose pagine, come ne fosse estremamente affascinato. Riti funebri, camere mortuarie, tombe in mezzo al deserto, cimiteri ebraici, tentati suicidi, attentati, donne che piangono la scomparsa di un figlio, uomini comuni che muoiono in modi comuni.

È anche placida contemplazione, dell’immensità del cielo, della spaventosa profondità del mare e della meraviglia della terra. Ed è ricordo, memoria di un passato che non può scomparire o essere nascosto. Così la Storia si mescola al mito e alla leggenda, fondendosi poi con il momento presente, in cui riaffiora tutto ciò che si pensava essere perduto per sempre. E ricordandoci che la bellezza del mondo, e della vita in questo mondo, può essere non solo ammirata, ma anche facilmente svalutata, disprezzata, calpestata.

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